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Intervista a Georgios Katsantonis, autore di ANATOMIA DEL POTERE. ORGIA, PORCILE, CALDERÓN

GEORGIOS KATSANTONIS, STUDIOSO GRECO DI TEATRO E LETTERATURA, RACCONTA LA DRAMMATURGIA PASOLINIAIA NEL SUO ULTIMO VOLUME “ANATOMIA DEL POTERE. ORGIA, PORCILE, CALDERÓN. PASOLINI DRAMMATURGO VS. PASOLINI FILOSOFO“.

Ciao Georgios, prima di parlare di questo nuovo libro, ti va di parlarci brevemente di te?

Certo, molto volentieri. Sono nato a Patrasso in Grecia, ma ci sono rimasto poco, dopo la Laurea in Storia del teatro e dello spettacolo all’Università di Patrasso, a 23 anni i miei studi post Laurea mi hanno portato in Italia e da allora vivo qui. Prima mi sono trasferito a Napoli, dove ho conseguito un master di secondo livello in Drammaturgia Europea presso la “Federico II”.

La mia prima pubblicazione in italiano risale al 2013 con una monografia sulla ricezione di Eduardo De Filippo in Grecia, frutto del lavoro che ho condotto all’elaborazione della tesi di master a Napoli. Dopo questo master ho trascorso un breve periodo in Inghilterra e in Svizzera mentre studiavo e preparavo il progetto di ricerca precedentemente il dottorato.

Da lì il mio daimon mi ha portato a Pisa. Precisamente nel 2015 ho vinto, in seguito a concorso per titoli e esami una borsa di Perfezionamento della Scuola Normale Superiore. Ho recentemente conseguito il Dottorato di ricerca in Letterature e Filologie Moderne con una tesi sul teatro di Pier Paolo Pasolini. La tesi ha anche vinto la trentasettesima edizione del Premio Pasolini, che ogni anno la Cineteca di Bologna, in collaborazione con il Centro Studi Pasolini di Casarsa, dedica alle tesi di laurea magistrale e di dottorato sulla vita e sull’opera del poeta e regista bolognese.

Fondamentale è stato il supporto del professore Raffaele Donnarumma e la collaborazione di Stefano Casi, massimo esperto del teatro pasoliniano e non posso che ribadire ancora una volta, i miei più sinceri ringraziamenti nei loro confronti. Ma devo ringraziare anche l’ambiente accademico straordinariamente stimolante nel quale mi sono trovato a Pisa se oggi il mio lavoro di ricerca si è concretizzato in un vero e proprio libro. E certamente la casa editrice Metauro per aver sostenuto il progetto e lavorato con la consueta professionalità alla sua realizzazione.

Quando nasce questo interesse per Pasolini?

Il mio interesse per Pasolini nasce quando frequentavo l’università a Patrasso e in particolare un corso di cinematografia neorealista inserito nel contesto del piano degli studi delle discipline dello spettacolo. Mi ricordo bene, non era un corso obbligatorio ma di quelli a libera scelta.  Era un periodo di importanti scoperte letterarie e Pasolini è stata una di queste. Diciamo che il nostro incontro non è stato strutturato” accademicamente ma decisamente casuale. Non lo conoscevo prima, nulla di codificato nel mio immaginario, non avevo la minima idea.

Mi ricordo che prima della proiezione dei suoi film la professoressa ci aveva parlato con grande entusiasmo e ammirazione non mancavano certo dalla sua presentazione alcune  note vicende di cronaca scandalistica, sarà perché forse non sono mai stato moralista, ma  la dimensione della vita personale di Pasolini dopo aver visto Accattone e Mamma Roma, almeno per me, era la meno sconvolgente. I suoi film me li ha fatti scoprire Chrisanthi Sotiropoulou,  prof.ssa di Teoria del cinema e del film, ed è stata quasi una folgorazione tanto che, tornato a casa, ne ho parlato con i miei. All’università di Napoli non ho avuto modo di approfondire ma quando sono arrivato al momento della scelta per il progetto del dottorato non ho avuto nessun dilemma. Era il momento giusto e la Normale ha aperto la strada. Sembrerebbe una banalità ma per me leggere Pasolini è stato difficile, dovevo fare a brandelli tutto ciò che dentro di me provava resistenza, andare oltre all’ottusità della mente.

Ogni sua pagina è stata un labirinto tremendo senza avere una buona Arianna che mi attendeva alla porta tenendo il capo di un filo. Alla fine mi ha graffiato come un animale selvatico.

Vi dico questo non per vanto, ci mancherebbe, ma perché c’è una grande differenza tra il leggere Pasolini e il fenomeno che si chiama “pasolinismo”. In molti facciano finta di aver letto Pasolini, lo citano ma praticamente non hanno letto una riga di Pasolini, ma nemmeno mezza.

Come si traduce nel mondo contemporaneo il discorso sul potere di Pasolini?

Questa attenzione teorica di Pasolini verso il potere non si traduce in termini giuridici di legge e di interdizione nemmeno un potere concepito come produzione concettualizzato da Foucault. Lo strumento messo in campo da Pasolini è quello del corpo. Pasolini non si limita a sottolineare come il potere possa agire sul corpo e fabbricarlo, ma denuncia anche quanto esso pretenda di riscrivere la storia e la cultura di quel corpo facendo tabula rasa del suo passato. Non a caso Anatomia del Potere si interroga sulla storicizzazione e politicizzazione del corpo nel teatro pasoliniano rintracciando le dinamiche del potere da un punto di vista anche filosofico che va al di là del teatro. L’ispirazione generale del mio libro è racchiusa in una domanda: Cos’è Potere? Come lo si identifica? Quali sono i meccanismi del Potere? Che spazio occupa il corpo nelle reti del potere? Il “nuovo potere” che Pasolini sentiva nell’aria, ma che non riusciva ancora a vedere non ha caratteristiche monolitiche o omogenee, può prendere forme diverse dittatura del godimento, industrializzazione totale della vita, pratica di istituzionalizzazione/concentrazionamento.

Nell’analisi pasoliniana Potere, ragione e dominio sono, di fatto, sinonimi, e la violenza, l’assoggettamento, riguarda anche l’uomo nei confronti dell’uomo. Detto in altri termini, il dominio dell’uomo sulla natura si rovescia nel dominio dell’uomo sull’uomo, fino all’esito estremo. L’anatomia del potere si qualifica e si riproduce come un esercizio di educazione condotto con regole giocate sulla manipolazione totale e completa che il potere sta facendo delle coscienze e dei corpi. Abbiamo una relazione educativa con il potere, pratiche che strutturano spazi, scandiscono tempi, predispongono riti, manipolano corpi, scelgono linguaggi e utilizzano codici che determinano la nostra esperienza.

Direi che Pasolini si avvicina al potere con la profondità ermeneutica del filosofo. Il mio saggio si basa sulla dicotomia drammaturgia-filosofia. In questo senso, si può parlare della capacità pasoliniana di portare la filosofia al livello dell’estetica teatrale in grado di demistificare il disegno di un potere che dispone sadicamente degli altri. Il suo teatro è filosofico dal punto di vista formale: le tragedie di Pasolini sono opere di intervento a un pubblico che l’autore ritiene di volere e poter muovere, un pubblico del tutto attivo, da coinvolgere e sconvolgere, proprio come quello ipotizzato da Platone nei suoi dialoghi. La caratteristica rilevante del rapporto di Pasolini con la filosofia non è dovuta semplicemente al fatto che Pasolini introduca Sade, o il sadismo come temi del suo teatro. Quello che c’è di assolutamente attuale nel pensiero di Pasolini e anche nella sua drammaturgia è la questione pedagogica oltre che estetica. Abbiamo combattuto l’ideologia nazista e l’ideologia fascista ma quel nazismo e quel fascismo oggi si sono presentati nel corso dell’umanità in maniera assolutamente drammatica, oggi si ripresentano non allo stesso modo ma sotto altre vesti subdole che ripropongono quella stessa sceneggiatura, quello stesso refrain, la creazione di un apparato totalitario. Come genialmente scrive Pasolini “il nuovo fascismo non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo“. Il fascismo nasce e rinasce. Nel nuovo dilagante fascismo possiamo ritrovare in effetti senza sforzo, forme camuffate di fascismo anche nel campo progressista. La democrazia è stata svuotata di contenuto su scala globale, la guerra in Ucraina ci mette davanti a una nuova realtà e su questo dobbiamo riflettere.

Nel tuo libro c’è molta attenzione al concetto di istituzionalizzazione e i rituali di internamento messi in atto da Pasolini attraverso il sogno. Per quale motivo ha accostato Pasolini a Goffman e il suo Asylums?

La ripresa del binomio corpo-sogno/prigione in Calderón serve a stigmatizzare la violenza costrittiva del potere. In genere, questi temi hanno fatto accostare Pasolini a Foucault. Ma c’è una grande differenza semantica e strutturale. Per Foucault il potere non è distruttivo, plasma e fabbrica i soggetti, per Pasolini il potere distrugge, annienta e segrega in termini nosografici. Per questa ragione ho provato a dimostrare con esempi concreti a livello anche linguistico che la presenza, l’insistenza del sogno in qualche modo scongiura una lettura freudiana e il sogno diventa dispositivo di manipolazione attraverso anche l’istituzionalizzazione che si manifesta come conseguenza. Il sogno non si tratta di una semplice metafora o di una drammatizzazione romantica ma Pasolini mette concretamente in atto la trasformazione della società in un universo istituzionale. Per questo ho deciso di approfondire in merito esaminando le riflessioni di Erving Goffman sulle istituzioni totali di Asylums. Il libro Asylums è uscito da Einaudi nel 1968, con un primo capitolo sulle istituzioni totali attraverso cui il Potere controlla le differenze degli individui. Questo libro tratta il problema delle istituzioni sociali in generale, e degli ospedali psichiatrici in particolare, con lo scopo precipuo di mettere a fuoco il mondo dell’internato. Egli realizza una descrizione impressionante di “ciò che realmente succede” in un’istituzione totale, al di là delle retoriche scientifiche, terapeutiche o morali con cui chi detiene il potere nell’istituzione giustifica la degradazione degli esseri umani. Gli esempi che ci offre Goffman nella sua categorizzazione di queste istituzioni sono la prigione, il convento, la casa di cura, e il lager. Ma anche le istituzioni più morbide come un collegio o una scuola possono rappresentare un’istituzione totale. Nella tragedia Calderón la vita è rigidamente contenuta tra alcune delle istituzioni sopraccitate che sono organismi formali di rappresentazione e organizzazione del potere.

Nonostante le differenti interpretazioni terminologiche presenti nella letteratura, nel linguaggio pasoliniano intendiamo con il termine istituzione, quel complesso di norme, valori e consuetudini che regolano e definiscono l’identità sociale di ciascuno. La tragedia si concentra intorno all’impossibilità di evadere dalla condizione sociale in cui si è costretti da una serie di convenzioni, di norme che imprigionano il pensiero e le azioni. A tal proposito, ogni sogno di Rosaura diviene nel Calderón un esercizio scenico di istituzionalizzazione: Rosaura appare come una comparsa passiva, vittima d’elezione dei diabolici sogni che il “sovrano” la costringe a sognare, rendendola di volta in volta figlia di re, prostituta, prigioniera d’un lager. In ognuna di queste diverse esistenze che attraversa Rosaura, vive come se fosse detenuta in carcere, la sua autonomia decisionale incontra continui ostacoli e limiti e la situazione si sta deteriorando dopo il ’68.  Nella società neocapitalista gli individui non sono altro che materiale umano, da conformarsi allo status quo e quindi, in modo da poterli trattare e manipolare, da rendere cose, prodotti di un sistema. Oggi persino l’istruzione e la formazione sono programmate in funzione della comunicazione-produzione, rese funzionali all’ideologia del mercato. L’istruzione e la formazione sono considerati in termini di investimenti e merci. Infatti la giovane generazione non sa il Sessantotto cos’è, l’Olocausto sembra ”storia antica”, e la dittatura franchista è completamente rimossa dalla memoria. Anche le “aspirazioni individuali” attraverso la formazione sono omologate nel sistema attuale della produttività. Il sistema di allevamento dei maiali in Porcile appare come il “sistema di educazione” in cui consiste il nuovo Potere; dove l’«educazione» va intesa come addestramento e allevamento che presuppongono l’uniformarsi al volere del potere, all’omologazione totalitaria del mondo. Pasolini affida al sogno del lager il compito di rivelarci l’apocalisse che avrebbe caratterizzato il mondo dopo il ’68.  Pasolini non parla sicuramente di apocalisse e probabilmente a lui non interessa neanche discutere di essa in termini di orizzonte di pensabilità, ma il mondo ridotto a Lager che egli immagina come dimensione propria della società dopo il ’68, richiama un orizzonte apocalittico. Introduce l’elemento della trasformazione della società in un universo concentrazionario, in diretta continuità con il sistema del Lager. La struttura della società capitalistica deriva da un processo di istituzionalizzazione, dove il potere tende a insegnarti il suo modo di vedere le cose, di non farti cercare una visione alternativa delle cose, ma al contrario di farti credere ciecamente a ciò che ti viene insegnato, una meccanica del potere che possiamo assimilare per certi versi alle istituzioni totali studiate da Goffman. Nei risvegli vissuti in quattro scene o quadri la protagonista si trova davanti a una realtà che non riconosce ma che deve accettare restando passiva e inattiva. E geniale il ritorno alla normalità nella vicenda della prima Rosaura, nell’immagine di un anello, simbolo della ricca famiglia aristocratica cui la ragazza appartiene: (“Un anello d’oro / antico, perché nostra madre Doña Lupe / l’ha ereditato. […] La prima cosa che tu hai sempre fatto, ogni mattina, / è infilarti al dito questo anello. Infilalo!”). In questa immagine si concretizza l’abuso delle nostre facoltà, la non libertà d’azione, ovvero la perdita di autonomia individuale, tipica delle le istituzioni totali. Questa immagine dimostra in maniera esemplare che i mutamenti in corso nel mondo rafforzano la “società” e diminuiscono il potere dell’individuo.  Pasolini cerca di fotografare uno scenario postfascista, un mondo dove gli uomini si trovano internati, “colonizzati” e agiscono a partire dal “ruolo” che ricoprono nel pezzo di mondo in cui si sono trovati a nascere.

Un messaggio per i lettori di Metauro Edizioni…

In Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, fra Montag il pompiere e il vecchio Faber si svolge questo dialogo: “Abbiamo quanto occorre per essere felici, ma non siamo felici. Manca qualche cosa. Mi sono guardato intorno. La sola cosa che abbia visto mancare positivamente sono i libri che io avevo bruciato in questi ultimi dieci o venti anni. E allora ho pensato che i libri forse avrebbero potuto essere utili”. “Non sono i libri che vi mancano, ma alcune delle cose che un tempo erano nei libri. Le stesse cose potrebbero essere diffuse e proiettate da radio e televisori. Ma ciò non avviene. No, non sono affatto i libri le cose che andate cercando. Prendetele dove ancora potete trovarle, in vecchi dischi, in vecchi film, e nei vecchi amici; cercatele nella natura e cercatele soprattutto in voi stesso. I libri erano soltanto una specie di veicolo, di ricettacolo in cui riponevamo le cose che temevamo di dimenticare. Non c’è nulla di magico nei libri; la magia sta solo in ciò che essi dicono, nel modo in cui hanno cucito le pezze dell’Universo per mettere insieme così un mantello di cui rivestirci”.

Nella nostra società fondata sull’apparire, grazie ai social network, la letteratura continua ad esistere e i libri non sono bruciati. Ma è la visione della letteratura ad essere non solo trascurata ma abrogata. Infatti, in questo nostro tempo, in cui si sta perdendo il piacere di leggere e di fermarsi a riflettere, va ricordata una frase memorabile di Pasolini.  A una ragazza che gli scrisse su «Vie Nuove» di voler studiare all’università, ma di non avere i soldi per farlo, Pasolini rispose così: “Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura“.

Infine, vorrei consigliare  a chiunque possa concorrere per le borse di studio dedicate alla mobilità internazionale di farlo senza paura e mettersi alla prova al di fuori della propria comfort zone. Prendere a piene mani la possibilità di andare a vivere in un qualsiasi posto del mondo, è una sensazione indescrivibile,  solo vivendola puoi renderti conto di quanto sia unica. È un’occasione non solo per arricchire il curriculum ma soprattutto per imparare a conoscere se stessi, i propri limiti e i propri punti di forza.

Commenti (1)

  • Fortunato

    Molto interessante!

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