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Spazi neofantastici. Racconti di Primo Levi

I RACCONTI DI LEVI NON SONO OPERE MINORI, SONO OPERE MAGGIORI, SONO IL SUO CAPOLAVORO. SONO UN CAPOLAVORO ANCHE E SOPRATTUTTO PERCHÉ METTONO A FUOCO UN’ETEROGENEA E COMPLESSA VISIONE DEL MONDO DELL’AUTORE, LA SUA ISPIRAZIONE CHE TRA L’ALTRO ATTINGE A UN VASTO INTRICO DI EVENTI ESISTENZIALI E STORICI: ASSURDI, STRABILIANTI, FANTASTICI, PER NON DIRE DI QUELLI IRRAZIONALI, MOSTRUOSI, PAZZESCHI.

Primo Levi si è sempre cimentato, fin dal suo periodo universitario nei primi anni ’40, con l’arte del racconto. I suoi sono racconti a volte difficili da collocare in un filone o nell’altro e spesso

sembrano modellati a formare la dimensione di un collage ibrido o di un mosaico misto di tanti elementi, tuttavia quasi tutti sono riconducibili ad una radice comune, ad un ampio ventaglio di motivi che hanno a che fare con il surreale del reale.

Levi si ispira a leggende, storie e miti di culture diverse e lontane, le rilegge donando loro una nuova veste fittamente intessuta con nozioni scientifiche, specialmente derivanti dall’ambito chimico che era la sua professione, cosicché il lettore ha l’impressione di imbattersi in esse per la prima volta in assoluto.

In chiave del fantastico postmoderno Levi riscrive vecchie favole in fresche versioni, e si serve del mito per drammatizzare le azioni umane, per combinare un discorso probo, per raccontare se stesso.

Un esempio evidente di questo meccanismo è La bella addormentata nel bosco, famosissima fiaba della tradizione europea, che Levi intitola La bella addormentata nel frigo e ambienta nella Berlino del 2015.

Il Levi scrittore di racconti non è però considerato dalla critica alla stregua dell’autore di Se questo è un uomo e La tregua, i grandi testi di testimonianza della sua prima fase creativa. I racconti della sua seconda fase non vengono visti di buon occhio, e tuttora spesso non vengono compresi, ignorati o trattati superficialmente se non addirittura stroncati, relegando ingiustamente l’autore Primo Levi ad un unico argomento, limitandolo ai temi del Lager, fino a spingere qualcuno a sostenere che Levi sia diventato scrittore solo come conseguenza delle sue esperienze personali ad Auschwitz.

Lo scopo dello studio di Zangrilli è dunque quello di esaminare l’opera dei racconti di Primo Levi attribuendole la rilevanza che le spetta, evidenziarne l’enorme “geografia neofantastica”, dimostrare come essa costituisca la produzione più complessa dell’autore e quella più riuscita e di come essa lo collochi nel clima dell’avanguardia del postmodernismo.

I racconti leviani illustrano un presente che sempre più smarrisce la dritta via, che si fa problematico ed enigmatico, che rivela un futuro lugubre e un destino inclemente e fanno scaturire oltre al pensiero manicheistico, un sentito ammonimento all’uomo perché si assuma le proprie responsabilità nell’usare l’arma della ragione, per sconfiggere i fantasmi del male, gli stregoni mefistofelici e folli, che spesso si identificano coi forti e i potenti aiutati dalla fortuna capricciosa.

L‘autore, Franco Zangrilli, nato a Ripi (Frosinone), si è laureato in letteratura italiana presso la Rutgers University. Vive a New York, dove è Full Professor di italiano e di letteratura comparata alla “City University of New York”.
Ha pubblicato numerosi saggi e interviste su scrittori contemporanei, da D’annunzio a Calvino, da Sciascia a Franchini, a Pincio. Si segnalano i suoi tanti scritti su Pirandello, Bonaviri, Buzzati, Fallaci, Tabucchi… sempre improntati a un taglio critico originale e innovativo. Vincitore di numerosi premi letterari, l’autore fa parte del comitato scientifico di varie riviste e dirige collane presso autorevoli editori italiani.

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